La lettera di Olimpia Fuina Orioli al Presidente della Repubblica, al CSM, al Ministro della Giustizia

Al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano

Al Vicepresidente del CSM, On. Nicola Mancino

Al Ministro della Giustizia, On. Clemente Mastella

Ill.mo Presidente, (Ill.mo VicePresidente, Ill.mo Ministro)

Mi chiamo Olimpia Fuina, sono la mamma di Luca Orioli, un ragazzo morto, ucciso, venti anni fa in una vasca da bagno, insieme ad una sua coetanea. Il caso è ricordato come quello dei “fidanzatini di Policoro”. Le parlo da madre e da cittadina. Ascolti e perdoni questo mio dire che sembrerebbe inopportuno e inadeguato. E’ mio scopo umanizzare l’Istituzione che tratta la Legge come prerogativa esclusiva di menti che conoscono solo il linguaggio giuridico. Gli uomini veri sanno che il cuore è la fonte di spirito e pensiero. Provi ad entrare nei miei silenzi e a comprendere quanto diritto ho al Suo ascolto e al Suo intervento.

“E’ tarda sera. Ascolto per caso l’ultimo telegiornale: “il ministro Mastella chiede il trasferimento di De Magistris”. Stento a credere. Il cuore mi trema, quasi si ferma. Mi viene chiesto di dire addio all’ultima speranza riposta nelle Istituzioni. E sento che non posso. La notte del dolore è troppo fonda e, stranamente, è tanta l’assurda sordità che popola il “sistema” che rischia d’incagliarsi per sempre nelle maglie, a spirali, di logiche potenti e perverse, serve del potere. E volgo gli occhi e il cuore al Cielo.

Due stelle, quelle rubate al cuore mio, per colpa d’altre colpe e poi per incuria fraudolenta delle Istituzioni, due stelle, tremanti anch’esse di luce e di vento, come e dentro le mie lacrime, illuminano di speranza l’agonia. Il cuore riprende il suo ritmo. La notte affolla di immagini veloci, voraci e sanguinolente il mio buio insonne e dolorante e spero che Qualcuno, in quel silenzio, lama assai rovente, ascolti il mio pianto e lo tramuti in canto. Ad esse seguono i volti di quanti, conosciuti e non, si sono affiancati alla mia lotta. E sento che i miei affetti sono tutti loro. Sono essi, infatti, che mi aiutano a rimettere cuore, mente e spirito in armonia con quella fede salda che crede alla Speranza contro ogni speranza.  E sento nel mio grido nuova forza.

E l’alba sopraggiunge al culmine del buio, come a confermare che ad ogni buio segue sempre la luce. E la speranza è certezza che in essa, metaforicamente, s’incarna e rasserena. È tarda mattina. Apprendo che l’indignazione è generale. E sento farsi più forte, intorno e dentro, la diffusa “convinzione che l’aspetto politico più sostanziale, è, ed è sempre stato, la domanda: Chi comanda…a chi? Potere, potenza, forza, autorità, violenza, non sono altro che parole per indicare i mezzi attraverso i quali l’uomo domina sull’uomo; sono considerati sinonimi perché hanno la stessa funzione”. Spero che non si offenda oltre la dignità della mia persona già sovrabbondantemente violata anche nel suo diritto a esprimere dissenso e dolore e a denunciare le ingiustizie subìte per venti lunghi anni, e, mai riconosciute. È sotto gli occhi di tutti: attualmente c’è grande attenzione e impegno a salvaguardare i diritti degli indagati colpevoli. La cosa non mi dispiacerebbe se fosse usato uguale rispetto per le parti offese. Socialmente questa stravaganza incoraggia alla violenza, distorce la morale e allontana dalla Religione che molto aiuterebbe, invece, lo Stato a ristabilire gli equilibri sociali, persi.

Ritengo che Chiesa, Stato e Società debbano ricercare la condivisione di ruoli complementari. La Chiesa, infatti, (presenza istituzionale riconosciuta) antica depositaria dei Valori umani, è l’Istituzione che meglio interpreta il malessere sociale, e, meglio sa come intervenire per ristabilire la cultura della “legalità”, per restituire allo Stato una Società più saldamente ancorata ai Valori universalmente riconoscibili ed evitare il rischio di trasformare la nostra “terra” in una “giungla”. Dunque, come dice Passerin d’Entrevès ” il corretto uso delle parole potere, potenza, forza, autorità, violenza è una questione non solo di grammatica logica, ma di prospettiva storica. Usarle poi come sinonimi non solo indica una certa sordità ai significati linguistici, che sarebbe già abbastanza grave, ma anche dà adito a una certa cecità rispetto alle realtà cui corrispondono”.

Dice Voltaire: “Il potere consiste nel far agire gli altri a proprio piacimento…ad affermare la propria volontà contro la resistenza” degli “altri” aggiunge Weber. Si stenta a comprendere quale sia il confine tra potere e violenza. Non credo, però, che la gente sia ancora disposta ad accettare un sistema che non tenga conto dei bisogni veri dei suoi cittadini, dal momento che è il numero della gente a determinare il potere. Dice Jouvenel “Persino il re, che non è altro che un singolo individuo, ha molto più bisogno dell’appoggio generale delle società di qualunque altra forma di governo”. Un tale concetto mi riconduce al fatto che ogni individuo di questa società è importante e determinante nella contesa delle maggioranze. Il potere è, dunque, condivisione. Il comando, non condiviso, corrisponderebbe a una dichiarazione di guerra contro i diritti dei cittadini. Oggi i numeri ci sono per fare scelte utili a tutti ed evitare resistenze inutili se lo scopo comune è quello di rispondere ai bisogni giusti di tutti, e, di ciascuno, non solo dei privilegiati. Se però ogni persona “comune” fosse ritenuta solo un numero, sarebbe come dire che quella persona è nessuno, cioè zero. Ma, come si sa, sono gli zeri a dare valore alle “unità”.

Io l’ho sperimentato ed è veramente indicibile l’amarezza che si prova a sentirsi merce di scarto al macero. La mia dignità si ribella e reagisce gridando a tutti il suo diritto a conoscere chi ha ucciso suo figlio e perché.

I vent’anni passati ad occultare la verità non possono essere la ragione dominante per una ulteriore chiusura del caso, ma una volontà dello Stato ad approfondire quelle indagini banalizzate e non adeguatamente esperite. Chiedo che mi venga restituito quanto dalla magistratura di Matera mi è stato tolto con violenza arrogante e prepotente. Lo chiede con me la forza, il coraggio, la determinazione e la coerenza di tanti giovani lucani che attualmente stanno manifestando nei paesi per sensibilizzare tutti affinché la Giustizia in Basilicata funzioni giustamente. Tutti insieme stiamo lottando per i casi irrisolti della Basilicata. I giovani della nostra terra sono attenti e interessati alle tragiche storie senza fine dei morti senza un perché. Il rischio ch’essi paventano è finire ingabbiati nella giungla dei poteri forti. Pertanto, i giovani, assai più consapevoli di quanto sta accadendo, hanno scelto di far muro insieme a noi nel caso si tentasse d’archiviare ancora per insabbiare quella verità, chiaramente scomoda per certi potenti e perciò ostacolata. È chiaro a tutti, ormai, che le nostre storie s’intersecano, tangibilmente, con la realtà evidenziata dai giornali, per questo incriminati. “Non si può fare come gli struzzi”. Ai Senatori e ai Deputati, soprattutto della nostra terra, eletti da questi cittadini, per aver creduto alle loro promesse di maggiore legalità e sicurezza, io chiedo per sapere, e, a nome anche di molti, quale è la posizione che intendono assumere nei confronti del richiesto trasferimento di De Magistris, cui viene negato dire ciò che altri hanno avuto l’ardire di fare. E mi riferisco ai fatti e agli atti che riguardano il mio caso, entrambi dissacrati da tali inopportuni e “inadeguati” interventi che per vent’anni hanno impedito il corso della verità. Non si può oscurare intorno per poter brillare.

De Magistris e chi con lui hanno cercato di servire lo Stato, restituendo il diritto di verità alla gente, non possono subire un tale affronto da parte dello Stato, che, in realtà, è rimasto fuori dai problemi della gente, per tanto tempo. Sta manifestando l’Italia intera per questa “INADEGUATA” decisione. Questo vuol dire qualcosa e non si può non tenerne conto. Egli ha interpretato “da alto magistrato”, così come tutti lo riconoscono, senza tema d’essere smentiti da accuse, che per essere così tanto reboanti, sanno chiaramente di incredibile. Né tanto meno, i reati addebitatigli, possono essere più gravi di quelli riscontrabili negli Atti che riguardano i casi irrisolti della Basilicata. In effetti questa impopolare decisione è come se negasse che i morti ci sono. È come se volesse convincere tutti che il tempo abbia mirabilmente cancellato le montagne di ingiustizie dal dalla memoria di chi le ha subite, o condivise. In quegli atti c’è la vergogna di una magistratura che, con pieni poteri, ha legalizzato l’illegalità, assurda e persino illogica.

I “Fatti” dunque ci sono. E gli “Atti” pure. Sarebbe troppo lungo spiegarLe anni di menzogne, di cadaveri che si sono spostati da soli, di ferite e di sangue che compaiono e scompaiono, mancata autopsia (nonostante l’espressa dubbia possibilità di “morte per folgorazione”, non seguita come d’obbligo dall’ispezione cada- verica), di contrasti e contraddizioni mai esperiti, relativamente all’unico indagato, come verificabile agli Atti. Senza parlare, poi, delle derisioni e degli atteggiamenti sarcastici subiti perché rappresentavamo quella parte di società che non conta.

Ci sono le ossa dei nostri morti a gridare il loro legittimo diritto. E non s’acquieteranno nella tomba come non s’acquieteranno le coscienze di coloro che hanno scelto, per convenienza, l’omertà, il silenzio e l’indifferenza a servizio dei potenti, ostinatamente sorde sia al pianto, sia al tumulto interiore che nelle notti assale chi sente il peso responsabile di un tale pianto e per tanto tempo. Inconsciamente, o forse anche consciamente, ognuno, teme, con la morte che arriva per tutti, una probabile resa dei conti. E non ci sarà più tempo per tornare indietro. Di fronte al proprio ultimo destino l’eternità di fuoco s’affaccia e fa paura.

La morte e la vita, dunque, chiamano e richiamano tutti a riflettere. Dare senso alla morte vuol dire dare senso alla propria vita. Spero che il mio grido, il grido di mio figlio e di tutti i morti senza pace, squarcino, provvidenzialmente, le tenebre di tali coscienze, perché nella verità ritrovino la libertà interiore persa con la menzogna , l’omertà e l’indifferenza. Si può fuggire da tutto e da tutti, ma mai da se stessi. I nostri morti implorano. RISPONDETE.

E basterebbe, per questo atto di coraggio, che tutti, politici, inquirenti e toghe, immaginassero per un solo attimo che tale sorte potesse toccare i loro figli, per comprendere quale via perseguire per il conseguimento della Verità. A voi, politici, inquirenti, magistrati, giudici, testimoni, io mi rivolgo “Mettetevi in ascolto di quel brivido che attraversa il cuore la mente e lo spirito di chi ha subito, per capire che a nessuna madre, a nessun padre si può negare il legittimo diritto alla Verità e alla Giustizia, a meno che gli stessi non lo vogliano.

Chiedo espressamente e spero, pur se cittadina comune, di avere uguale diritto del “cittadino speciale”, che, usando ruolo e potere, come è accaduto di recente nella mia regione Basilicata, è riuscito ad attivare canali procedurali anomali in quanti non contemplati in giurisprudenza, ottenendo tempestivamente le perquisizioni di chi ha il diritto-dovere di indagare o di informare i cittadini su ciò che intorno accade, a loro spese. Chi non ha nulla da temere non frena e ferma la giustizia a suo piacere. Attende che la verità sconfigga la menzogna.

Ma la paura spiega le ragioni del potere da difendere incondizionatamente. Chiedo per “ottenere” un pubblico confronto con il ministro Mastella, perché si renda conto dell’obbrobrio procedurale riscontrabile agli atti, che certamente non ha potuto leggere integralmente, per capire che qui non si può far finta che i problemi non ci siano solo per salvare l’immagine di una terra che, invece, non vuole essere confusa col malaffare e che chiede il riscatto della sua IDENTITÀ.

La prego: che gli ispettori vengano a Matera e a Salerno, dove si sono celebrati i due processi che mi riguardano. Probabilmente si appurerà che sono altri e ben più gravi i reati commessi, rispetto a quelli addebitati a De Magistris. Non mi si può negare questo diritto, a meno che non si riconosca ufficialmente la mia nullità.”

In attesa di un Suo riscontro, La ringrazio e La saluto cordialmente.

MATERA, 27.09.2007

                                           Olimpia Fuina Orioli


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