liberalogo

Dai quarantuno cittadini di AMARO LUCANO (agosto 2006) ai cinquecento di ADESSO PERQUISITECI TUTTI (luglio 2007), fino alle migliaia di adesioni per la legalità: nomi e cognomi della Basilicata che si indigna, che alza la testa per affermare il riscatto della verità e della giustizia dinanzi all’arroganza di altre “verità” e di certi poteri.
Mentre qualcuno ci accusa di complottare, noi continuiamo a credere in una Basilicata LIBERA, e crediamo che sia necessario -oggi più che mai- acquisire tutti consapevolezza della realtà che ci circonda, sostenere chi si impegna per la giustizia e promuovere

un’informazione LIBERA!

C’È DEL MARCIO
A PALAZZO DI GIUSTIZIA

Toghe lucane, Why not, Poseidone, Iena 2… Tra Catanzaro e Potenza alcuni pm stanno mettendo le mani su complicati intrecci tra politica e malaffare. Ma tra ispezioni ministeriali, valanghe di richieste di chiarimenti e fughe di notizie sospette, il loro lavoro procede a fatica. E a mettere i bastoni tra le ruote della giustizia ci sono soprattutto i vertici delle stesse procure. Una ricostruzione accurata e dettagliata delle inchieste che stanno mettendo a soqquadro gli uffici giudiziari calabro-lucani: un vero – e ignorato – caso nazionale.

ANTONIO MASSARI

Talpe e fughe di notizie. Inchieste «scippate» al culmine delle indagini. E poi strane dichiarazioni di guerra ai pm, condite da bufale colossali, propinate da qualche prefetto puntiglioso e destinate ai ministri dell’Interno e della Giustizia. Che mangiano la foglia. C’è del marcio nei palazzi di giustizia? Pare proprio di sì. A Potenza, l’ex procuratore capo Giuseppe Galante, dice del suo procuratore generale: «Vincenzo Tufano si erge a custode dello status quo. Nelle sue crociate parteggia per tutti. Tranne che per i magistrati». A Catanzaro, il capo della procura Mariano Lombardi, è sospettato invece d’essere la «talpa». Catanzaro e Potenza: due procure incandescenti. Le scintille? Scoppiano quando s’indaga sul livello politico del malaffare. Al centro dell’attacco i pm Henry John Woodcock e Luigi De Magistris. Risultato: vivono assediati dagli ispettori ministeriali; passano gran parte del proprio tempo a difendersi; lavorano in solitudine su inchieste che meriterebbero un pool di magistrati; sono oggetto di decine d’interrogazioni parlamentari. Ma continuano a indagare. Nel silenzio della categoria.

Esemplare il caso De Magistris: la procura di Matera ascolta le sue conversazioni, proprio mentre lui indaga… sulla procura di Matera. Una vicenda kafkiana. Eppure, in tutta Italia, non c’è un solo magistrato che protesti. Inchiesta Why not su massoneria e truffe ai fondi europei: De Magistris iscrive il premier Romano Prodi nel registro degli indagati. L’accusa: abuso d’ufficio. Prodi apprende la notizia dalla stampa e il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, invia gli ispettori dal pm. Vuole capire che succede. Ma c’è un fatto: Mastella conosce bene il principale indagato, Antonio Saladino, col quale intrattiene diverse conversazioni telefoniche (pubblicate dai giornali). Non importa. Conosce bene anche un altro indagato: l’ex piduista Luigi Bisignani. Non importa. Il ministro non ce ne voglia: ha infilato il naso nelle inchieste sui suoi «amici». È un fatto. Ma se gli ispettori, in una simile vicenda, li avesse spediti il governo Berlusconi? Avremmo assistito allo straccio delle vesti. Invece oggi nessuno fiata. Neanche l’Anm. Assediato anche dal silenzio, il pm continua a scoperchiare il minestrone tra politica e malaffare.

E a Potenza non se la passano meglio.

Il sabato del villaggio

II 15 giugno del 2006, alle ore 21, il gip Alberto lannuzzi, su richiesta del pm Henry John Woodcock, deposita un’ordinanza che fa sobbalzare l’Italia: ordina l’arresto di Vittorio Emanuele di Savoia. Sono ore concitate. Su Potenza si riversa l’attenzione di tutta Italia. Frotte di cronisti sono a caccia di notizie. Ma il vero scoop lo farà qualcun altro: il prefetto di Potenza. Il 3 luglio, sua eccellenza Luciano Mauriello annuncia: «I giornalisti sono in possesso di una password per accedere ad atti riservati». Informa il ministro dell’Interno, Giuliano Amato, che avverte il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, e con lui tutto il parlamento. «I redattori di quotidiani nazionali», scrive il prefetto ad Amato, «erano in possesso di duplicati della chiave d’accesso al sistema informatico degli uffici giudiziari. Ne erano in possesso già sabato 15 giugno, quindi poche ore dopo l’esecuzione dei provvedimenti restrittivi». Sabato 15 giugno. Ah, se sua Eccellenza avesse guardato il calendario. Si sarebbe accorto che il «sabato 15 giugno», nell’anno 2006, non esisteva. Il 15 cade di giovedì. Il sabato cade di 17. E il ministro Amato cade sulla buccia di banana. «Sono esterrefatto da ciò che accade in Italia», dice Amato in parlamento. «Mi dicono che esistono collegamenti tra procure e giornali, per cui viene data al giornalista una password, per entrare nel sistema nel momento in cui un atto viene dato ai difensori».

Woodcock e Iannuzzi sono nel mirino: chi, se non loro, può aver dato la password ai giornalisti? Ma siamo sicuri che si tratti proprio di una password? Mauriello riferisce di aver parlato col questore. Infatti. Ma il questore gli ha detto che, sabato 17 giugno, alcuni giornalisti erano in possesso di supporti informatici idonei a «consentire la lettura dell’ordinanza». Supporti informatici. E cioè: ima pen drive. Deve essere lì, l’inghippo. Forse il prefetto non s’intende d’informatica. E in poche ore, dopo aver confuso una data per un’altra, deve aver confuso anche una pen drive con una password. Due errori micidiali. Perché dalla sua nota, nel frattempo, sono partite un’inchiesta ministeriale, una disciplinare al Csm, e una penale nella procura di Catanzaro, a carico di Woodcok e lannuzzi.

La procura di Catanzaro, a distanza di qualche mese, archivia. E si scopre che la vicenda è tanto ridicola, quanto imbarazzante.

Se la denuncia del prefetto è infondata, la pressione in procura è reale. C’è chi s’impegna a contare i minuti necessari per fotocopiare l’ordinanza. È il procuratore generale Vincenzo Tufano. Che ricostruisce la vicenda. E conta i minuti. Siamo al pit stop degli atti giudiziari. Primo giro: il gip Alberto lannuzzi deposita l’ordinanza alle ore 21. Secondo giro: la trasmette a Woodcock alle 21,15. Solo un quarto d’ora dopo. In procura hanno battuto il record su pista (investigativa, s’intende). Sulla base di questi (e altri) rilievi cronometrici, Tufano perviene a una brillante conclusione: in un quarto d’ora non è possibile fotocopiare un’ordinanza di 2.126 pagine. Delle due l’una. La prima: i giornalisti e le talpe erano dopati e usavano fotocopiatrici col motore Abarth. La seconda: avevano ricevuto, e «con largo antìcipo», un supporto informatico. Buona la seconda. Tufano conferisce mandato a un esperto. Che riferisce: «Per accedere ai sistemi informativi degli uffici giudiziari c’è un solo modo: l’utilizzo d’una postazione di lavoro. Ma ci vuole la credenziale d’accesso». Ovvero: la password. Benissimo. Il giallo è a una svolta: basta individuare i conoscitori della password. Chi saranno? Woodcock e il gip Alberto Iannuzzi sono gli unici a conoscerla (o almeno dovrebbero esserlo). Incastrati? Ma quando mai.

In verità – stabilisce la procura di Catanzaro – alle 21,15 di quel (giovedì) 15 giugno già circolavano 45 fotocopie dell’ordinanza. Erano già state consegnate alla polizia. Tufano deve prendere atto d’aver sbagliato pista. Quel giorno erano tutti dopati. Poliziotti compresi. E utilizzavano fotocopiatrici truccate. Nessuna password: lo «scoop» si trasforma in una «bufala». Eppure ha provocato un’inchiesta ministeriale. Ma nessuno paga. Ha spinto il ministro Amato a esporsi in parlamento. Ma nessuno si dimette. Ha determinato un’inchiesta penale, con due magistrati sotto accusa. Ma nessuno chiede scusa. Negli atti di Catanzaro, però, c’è una frase che dovrebbe far riflettere: «I soggetti», conclude il giudice Mariano Lombardi, «avevano interesse solo a prendere le distanze dai fatti denunziati». Prendere le distanze dai fatti, o da Woodcock e lannuzzi? E nel caso, perché?

Le Jene

In Basilicata lo spartiacque in procura è datato 2004. L’inchiesta Iena 2 rompe gli argini e gli equilibri di una piccola regione sonnacchiosa. Una regione dove il vecchio gruzzolo dei voti democristiani, pari pari, è passato al centrosinistra. Qui il vecchio motto trionfa: tutto cambia, niente cambia. Mentre si canta l’ode allo status quo, però, c’è chi non legge lo spartito. Anzi. Stecca la nota. I pm Vincenzo Montemurro ed Henry John Woodcock chiedono una sessantina di arresti. Secondo l’accusa, il clan Martorano, è diventato il mediatore tra la politica, la pubblica amministrazione e il mondo imprenditoriale. Tra gli accusati anche due deputati: Gianfranco Blasi (Fi, per il quale è stata richiesta l’archiviazione) e Antonio Luongo (Ds, per il quale è stato richiesto il rinvio a giudizio). E il procuratore generale, Vincenzo Tufano, si trasforma improvvisamente in un grafomane. «Tutto inizia», dice l’ex procuratore capo, Giuseppe Galante, «quando Tufano scrive una lettera di tre pagine: chiede notizie sul perché avessimo inquisito uomini politici. Perché, in concomitanza con l’esecuzione dell’ordinanza, abbiamo emesso gli avvisi di garanzia ai politici della Regione? Risposi alla lettera puntualmente. E da quel momento in poi sono arrivate decine di richieste». L’ufficio di Galante viene inondato: un’alluvione di richieste d’informazioni, di giustificazioni sull’operato dei pm. «Sempre politici e imprenditori», continua Galante, «perché a Tufano, del criminale Martorano, non gliene fregava niente». Intanto i pm passano le giornate a spulciare tra gli atti. Devono giustificare ogni mossa. L’alluvione di carte finisce per sfiancare l’ufficio. Woodcock e Montemurro dicono a Galante: «Procuratore scelga: o lavoriamo, o rispondiamo alle richieste di Tufano».

Oggi sia Galante sia Tufano sono indagati dal pm Luigi De Magistris nell’inchiesta Toghe lucane, che ipotizza la presenza, in Basilicata, di un comitato d’affari che avrebbe lucrato su sanità, finanza e turismo. Galante s’è lasciato decadere dall’incarico. Nella conferenza stampa d’addio alla magistratura, dichiarando la propria estraneità ai fatti contestati, ha rilasciato dichiarazioni di fuoco: «Mi chiede se esiste la mafia in Basilicata? Noi abbiamo sempre parlato di un rischio: la presenza della criminalità organizzata, con addentellati nella politica e nei palazzi del potere». Le parole di Galante si fanno sempre più rovinose: è una valanga che punta il procuratore generale, Vincenzo Tufano, al quale consiglia di «lasciar perdere le password e di stare dalla parte dei magistrati». A chi gli chiede se esista davvero il comitato d’affari teorizzato da De Magistris, Galante risponde:«Se ci sia un comitato d’affari, una comunanza d’interessi, tra più personaggi della vita pubblica lucana, perché le indagini della procura non proseguano con quella incisività, o a quell’indirizzo, beh, lasciatemi dire: lo penso. La procura della Repubblica ha “rotto”… sono troppi gli interessi che ha toccato».

Se vuoi la guerra prepara… Pace

Galante parla della madre di tutte le battaglia: Iena 2. «È stata un’indagine dirompente: da allora i palazzi della politica si sono chiusi a riccio». Nel palazzo di giustizia, invece, scoppia la guerra. Nel 2005, alti magistrati, consigliano l’avvocato a un indagato. Si tratta del colonnello Pietro Gentili, accusato di favoreggiamento in un caso d’omicidio: i magistrati gli consigliano d’affidare la difesa all’avvocato Donato Pace. Gli spiegano: è l’unico che può «fare la guerra» a Woodcock. Dove avviene la conversazione? Negli uffici della procura generale. Quella guidata da Vincenzo Tufano. Le richieste di precisazioni, sulle inchieste di Woodcock e Montemurro, non accennano a diminuire. Ma alla pm Felicia Genovese, che chiede l’archiviazione di un procedimento sulla regione Basilicata, in materia di sanità, Tufano non chiede nulla. Neanche quando il gip impone l’imputazione coatta. Insomma: c’è di mezzo la classe politica regionale, il pm chiede l’archiviazione, il gip vuole l’imputazione coatta, e Tufano non chiede lumi?

Nessuna curiosità. Nessun controllo. Neanche dopo. Neanche quando si scopre che il marito della Genovese, Michele Cannizzaro, viene nominato – dai politici regionali – direttore del più importante ospedale lucano. Neanche quando si scopre che Cannizzaro è iscritto alla loggia massonica Mario Pagano. Neanche quando si scopre che Cannizzaro è in contatto – per motivi di lavoro, visto che è medico – con esponenti della ‘ndrangheta. Neanche quando si scopre che elementi della ‘ndrangheta entrano ed escono – sempre per motivi di lavoro – dalla casa di Cannizzaro. Che si presume sia anche l’abitazione della Genovese, che per lavoro, però, era nella direzione distrettuale antimafia. Neanche quando il pentito Gennaro Cappiello accusa Cannizzaro d’essere il mandante d’un duplice omicidio: quello dei coniugi Gianfredi-Santarsiero. Accuse senza alcun fondamento. Ma il punto è un altro: il fascicolo sull’omicidio era in mano alla Genovese. Che non s’astiene. Non subito, almeno. Nonostante suo marito conoscesse Gianfredi, nonostante suo marito fosse a casa della vittima il giorno prima del delitto. Per un consulto medico, certo, ma perché la Genovese non accennò all’episodio?

Tufano non apre bocca. E perché dovrebbe? Non solo la Genovese è vicario della procura, ma la politica continua a stimarla, tanto da candidarla per la commissione antimafia. Nomina saltata, o quantomeno rinviata: la Genovese – finita nelle maglie dell’inchiesta Toghe lucane – è stata da poco trasferita.

Il dio degli abissi

Se in Lucania lo spartiacque è l’inchiesta Iena 2, in Calabria la chiave di volta è l’indagine Poseidone. Nel 2005 il pm Luigi De Magistris indaga su un giro di truffe milionarie ai danni della Regione, dello Stato, dell’Unione Europea. Grazie all’emergenza ambientale, secondo l’accusa, c’è chi si arricchisce. E parecchio. Le accuse vanno dall’associazione a delinquere alla truffa, dalla corruzione al riciclaggio e al disastro ambientale. Il pm scopre che le ditte a cui vengono affidati i lavori sono quasi sempre le stesse. E le opere finanziate? Realizzate in parte, a volte non vengono neanche collaudate. Secondo i carabinieri, in Calabria, l’ufficio per l’emergenza ambientale è «un crocevia per la gestione illecita di contributi per miliardi di euro». E De Magistris ci mette il naso. Ecco come si lavora: «II sistema? Venivano scelte solo le società con un collegamento politico», dice un teste a De Magistris. «Dietro ogni commessa venivano erogate illecite somme di denaro. Oscillavano tra il 3 ed il 7 per cento. Il 50 per cento rimane in Calabria, il resto va a Roma».

L imprenditore parla di due cordate. La prima farebbe capo all’ex ministro di An Maurizio Gasparri. L’altra riguarderebbe Forza Italia e Fabio Schettini (legato all’ex ministro Franco Frattini). Finisce nel mirino la società Pianimpianti, sospettata di aver avuto un ruolo centrale nella gestione degli appalti e del riciclaggio di denaro. E con la Pianimpianti viene coinvolta pure l’Udc: la Pianimpianti versa, secondo gli inquirenti, 373 mila euro alla Global Media (strettamente collegata al segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa). La Global Media – dice l’accusa – è il polmone finanziario dell’Udc. Giusto per intendersi, tra gli indagati figurano il segretario nazionale del partito Lorenzo Cesa, l’ex presidente della Regione Giuseppe Chiaravalloti (Fi), l’ex sottosegretario alle attività produttive Giuseppe Galati (Udc) e uomini vicini agli ex ministri Maurizio Gasparri e Franco Frattini.

La Tesi

Secondo il pm, però, il vero emblema del «sistema» sarebbe la Tesi spa. Una società che incassa fondi pubblici eppure rischia il fallimento. Una miriade di scatole cinesi, d’imprese pubbliche e private. Un’informativa dei carabinieri spiega che — grazie alla «emergenza ambientale» — Tesi «percepisce dalla Regione, tra il 1998 e 2004, 8 milioni di euro». Per opere di “informatizzazione” arrivano altri 5 milioni di euro. Soldi pubblici: ben 13 milioni di euro. Eppure la Tesi sfiora il fallimento. Al suo vertice troviamo Giovanbattista Papello e Fabio Schettini. Papello è un uomo molto vicino all’ex ministro Maurizio Gasparri (An) e con lui torna la pista massonica: durante una perquisizione gli trovano un «grembiulino da massone, un conto corrente intestato ad An, intercettazioni illegali che riguardano il segretario Ds Piero Passino e Vincenzo Pozzi, presidente dell’Anas». Schettini invece è molto legato all’ex ministro Frattini (Fi), del quale è stato capo di gabinetto al ministero.

Papello e Schettini, in periodi diversi, presiedono il consiglio d’amministrazione della Tesi. Entrambi, nel 2003, sono denunciati dalla guardia di finanza di Cosenza per truffa e falso: per ottenere il finanziamento di spese non ammissibili «producono e utilizzano dichiarazioni mendaci». E per capire il «sistema», secondo gli inquirenti, bisogna seguire proprio i passi di Papello e Schettini.

Paso doble

Li ritroviamo, più o meno nello stesso periodo, a capo di un’altra società: la Digitaleco Optical disk. Sentiamo cosa dice a De Magistris l’imprenditore che l’ha rilevata: «Rimasi sorpreso nel constatare che aveva già superato il collaudo». Sorpreso. E perché? «Perché era ancora in fase di costruzione. Era mancante del tetto. Molti macchinari, acquistati con i finanziamenti europei, erano ancora imballati». L’azienda supera il collaudo senza avere neanche un tetto. Mica male. Anche perché, pur mancante del tetto, ottiene finanziamenti per 4 milioni di euro. Insomma: troviamo Papello e Schettini a guida della Tesi e della Digitaleco, ed entrambe, pur usando fondi pubblici, rischieranno il fallimento. «Quando la rilevai», continua l’imprenditore, «non era più in produzione. La situazione debitoria, alla fine del 2004, era di 1,6 milioni di euro». Ma il vero «sistema» è quello della Tesi: una società che mette tutti d’accordo, da An ai Ds alla Compagnia delle Opere. Scandagliando la compagine societaria di Tesi, troviamo un consorzio d’imprese, denominato Clic. Al suo vertice c’è Vincenza Bruno Bossio. Chi è? La moglie del diessino Nicola Adamo. La sequela di cognomi biblici, nel consorzio, prosegue: c’è anche la Abramotel, società di Sergio Abramo, esponente di Forza Italia, ex sindaco di Catanzaro. Insomma, in Calabria, Adamo è in quota al centro-sinistra e Abramo al centro-destra. Poi c’è Saladino. Nel senso di Antonio Saladino, che, in questo scenario da antico testamento, mette tutti d’accordo: è in quota alla cattolicissima Compagnia delle Opere. La moglie di Adamo, Abramo e Saladino, «coabitano» nel consorzio Clic. Infatti: a Saladino era riconducibile la Why Not, società di lavoro interinale, anch’essa nel consorzio Clic. Tutto davvero molto trasversale. E molto fallimentare: come abbiamo detto, nonostante abbia incassato 13 milioni di euro tra il 1998 e il 2004, tutti fondi pubblici, la Tesi rischia il fallimento. Strano.

Il pm continua a indagare. La tensione sale. Ma un bel giorno il suo capo gli sottrae l’inchiesta. È il marzo 2007. Ha appena spedito un avviso di garanzia a Giancarlo Pittelli, senatore di Forza Italia, avvocato penalista ed ex massone. La motivazione? Il pm non ha avvertito il suo capo. Il punto è che il pm ha un sospetto: teme che la talpa, in procura, sia il proprio capo. E su un fatto non c’è dubbio: Pittelli e Lombardi sono amici. A dichiararlo è lo stesso Pittelli. In una conferenza stampa esplosiva.

Amici

«Sono 40 anni che conosco Mariano Lombardi. E 30 che conosco il procuratore aggiunto Salvatore Murone. E mi fa arrabbiare che De Magistris sia stato sollevato dal processo Poseidone». Ma no. E perché mai? «Perché la gente può pensare: ha toccato Pittelli ed è stato sollevato». Negli stessi giorni De Magistris presenta un esposto «bomba» alla procura di Salerno. E la procura di Salerno lavora in silenzio. Evita clamori. Giustamente. Perché la posta in palio è alta. Gli atti giudiziari tracimano frasi del tipo: «È dalle indagini sulla strage di Capaci che non provavo un simile imbarazzo». L’ha firmata Gioacchino Genchi: il consulente che incastrò i killer di Giovanni Falcone. Il suo imbarazzo? Deriva dalle indagini sulle «talpe» nella procura di Catanzaro.

Se i sospetti di Genchi fossero provati, saremmo dinanzi a uno scenario devastante, e dovremmo chiederci: fino a che punto la questione morale, oggi, coinvolge la magistratura? Alti magistrati, senatori della Repubblica, militari dell’Arma: nelle carte compaiono decine di nomi. Decine d’attori e comparse che avrebbero incarnato il ruolo della spia. L’obiettivo: sabotare le indagini, favorire gli indagati, vanificare le perquisizioni, impedire l’acquisizione di prove.

È la notte tra il 17 e il 18 maggio 2005. Il noir calabrese potrebbe partire da questa scena: un treno espresso che sferraglia verso il confine. Direzione Parigi. Tappa notturna in Lussemburgo. Al valico di Brogeda gli agenti della guardia di finanza entrano nello scompartimento: vi trovano due uomini. Setacciano tra vestili e bagagli. La caccia al tesoro è fruttuosa: i due – Cesare Mercuri e suo figlio Giuseppe – stanno portando all’estero 3,8 milioni, tutti in banconote da 500 euro, ben foderate negli abiti. I due Mercuri sono parenti stretti di Roberto Mercuri: amministratore delegato della Pianimpianti spa. Mesi dopo, l’accusa arriverà a questa conclusione: la Pianimpiantì è la «cassaforte» dell’associazione per delinquere. Ma quando i due Mercuri sono «beccati» in treno, De Magistris, su Pianimpianti non ha ancora messo gli occhi. Anzi, della perquisizione non sa assolutamente nulla.

17 maggio, Banca Popolare di Brescia, filiale di Milano. Prima di salire sul treno, Cesare Mercuri apre la sua cassetta di sicurezza. Nessuna ripresa potrà mai provarlo: le telecamere a circuito chiuso, a quanto pare, in quel momento non funzionano. Strano. La cassetta di sicurezza è stata attivata appena 11 giorni prima: il 6 maggio. Gli inquirenti la troveranno vuota: quindi è verosimile che Mercuri, quel 17 maggio, abbia prima prelevato il denaro, e poi sia salito sul treno. Dove gli trovano i 3,8 milioni di euro. Ma sorge un dubbio: perché attiva una cassetta di sicurezza, la utilizza solo una volta, e la svuota in soli 11 giorni? Sembra che abbia improvvisamente fretta. Un altro dubbio: in Calabria, per l’indagine Poseidone, De Magistris ha deciso di effettuare delle perquisizioni il 18 maggio. Esattamente mentre i due sono in viaggio e portano i 3,8 milioni di euro all’estero. C’è un nesso tra le fughe di notizie e la fuga del denaro? La soluzione del caso è tutta qui.

Il 10 maggio, infatti, il pm comunica al suo capo, Mariano Lombardi, che otto giorni dopo effettuerà delle perquisizioni. E dal 10 al 18 maggio s’attiva un vortice di contatti: oltre 400 telefonate sospette al vaglio degli investigatori. E si scopre che in questa partita di spionaggio, per il momento solo presunta, giocano attori d’alto livello. L’inchiesta scotta. Il business della depurazione vale parecchi miliardi di vecchie lire. Quanti? Pittelli sembra saperlo. Bisogna analizzare attentamente questa intercettazione, parola dopo parola, per comprendere i sospetti che s’annidano nella procura di Catanzaro.

‘Il capo di tutti lo prevedeva’

«Si parlava di trenta miliardi, se non di più…», dice a Pittelli il cugino, Benedetto Arcuri, parlando al telefono. «Cento!», replica Pittelli. Secondo l’accusa stanno parlando dei fondi comunitari erogati. Alcuni indagati vogliono affidare la difesa a Pittelli. «Tu chi hai?», gli chiede Arcuri. Pittelli elenca i nomi. Ma, soprattutto, fornisce previsioni sulle indagini: «O hanno tanto materiale da fare spavento, tipo intercettazioni o […] danaro, oppure fanno una figura allucinante». Arcuri replica: «Il capo di tutti lo prevedeva che poteva esserci questo». «Chi?». «Il capo», continua Arcuri, «quello che ha parlato con te, che era venuto da te, il capo!». Parlano forse del capo della procura, Mariano Lombardi? Secondo gli inquirenti potrebbe essere così.

C’è chi cena di mattina

La conversazione tra Pittelli e Arcuri, infatti, avviene il 17 maggio. I tabulati dimostrano che, tra il 10 e il 18 maggio, il capo della procura, Mariano Lombardi, e il senatore Pittelli, entrano in contatto più volte. Arcuri lascia intendere che si sono incontrati personalmente: «II capo, quello che è venuto da te, lo prevedeva…». Singolare: il capo della procura telefona all’avvocato Pittelli, futuro difensore degli indagati, proprio nei giorni delle perquisizioni.

Ma andiamo oltre. Pittelli, parlando col cugino, profetizza: gli inquirenti, se tra il materiale non c’è «denaro», faranno una «figura allucinante». Il denaro. Strano ma, proprio il 17 maggio, i Mercuri, due uomini collegati alla Pianimpianti, considerata la «cassaforte» dell’associazione, sono beccati in treno imbottiti di denaro. Se quei soldi possono rappresentare una prova, sta per svanire – chissà come – alla frontiera. Un’altra coincidenza. Ma è niente rispetto al prossimo punto. Insospettito dalle fughe di notizie, il pm aveva incaricato la polizia giudiziaria di effettuare degli accertamenti. La polizia giudiziaria gli consegna un’informativa. Eppure questa intercettazione, sebbene trascritta nei brogliacci, nell’informativa non compare. Strano anche questo. Ma c’è dell’altro.

Il pm, sospettando fughe di notizie, anticipa l’operazione: le perquisizioni avverranno il 16 maggio, e non il 18, come previsto. E di questo, il procuratore capo, non è al corrente. Arcuri, invece, pare di sì. Parlando con Pittelli, infatti, riferisce di un cambio di programma: «Ha detto, guarda, che invece del 18 come ti avevo detto… anticipano quella cena a stanotte… alla mattina… quindi non t’ho potuto chiamare». C’è una cena di mattina? Mah. Resta il fatto che le perquisizioni, previste per il 18, furono effettivamente anticipate al 16. Ma se è così, chi glielo ha detto? Per gli investigatori esisterebbe un altro canale informativo, legato a qualche politico locale e a un carabiniere che frequenta la procura. La fuga di notizie, a quanto pare, comportò un grave danno alle indagini. Forse irreparabile. Ma i sospetti su colleghi, per il pm, arrivano anche nell’inchiesta Why not che, alla truffa sui fondi comunitari, aggiunge la caccia all’ipotetica loggia massonica di San Marino. Lo riferisce il teste chiave dell’inchiesta, denominato Alfa, che, durante un interrogatorio, avrebbe detto al pm che alti magistrati della procura di Catanzaro avrebbero rapporti con i suoi indagati. Tra questi, indica il procuratore aggiunto, Salvatore Murone, e il presidente del Tribunale del riesame, Adalgisa Rinardo. Il primo avrebbe segnalato ad Antonio Saladino persone da assumere. Per società riconducibili a Saladino, inoltre, avrebbero lavorato anche un figlio e una nuora del giudice Rinardo.

E torniamo per un attimo a Pittelli, che pubblicamente dichiara, riferendosi all’inchiesta Poseidone: «Quando interviene il Tribunale della libertà sui provvedimenti di De Magistris, lui non ha neppure il coraggio di impugnarli davanti alla Corte di Cassazione». E vero: il Tribunale del riesame annulla spesso le perquisizioni del pm. Ma De Magistris, alla Cassazione, si rivolge eccome. E la Cassazione interviene duramente. «Il giudice del Riesame», scrive la Suprema Corte a giugno, «ha violato la legge processuale».

La vicenda riguarda proprio la perquisizione, realizzata quel famoso 16 maggio, all’ex presidente della regione Calabria Giuseppe Chiaravalloti (oggi vicepresidente del garante per la privacy). Al di là delle (per ora presunte) fughe di notizie, il pm ha dovuto affrontare altre difficoltà: il Tribunale del riesame l’ha annullata per ben due volte. Finché la Cassazione non l’ha obbligato ad accettarla. Con parole durissime la Suprema Corte ha parlato di «ostacolo all’acquisizione di atti, documenti o altri elementi di prova». Dal 16 maggio 2005, il pm ha dovuto attendere il 16 aprile 2007 per avere a disposizione il materiale perquisito: 23 mesi. Materiale che non potrà più utilizzare: l’inchiesta Poseidone gli è stata sottratta.

E c’è chi punta a sottrargliene altre. Per esempio? Toghe lucane. Lo spiega un rapporto del capitano dei carabinieri Pasquale Zacheo. «Alcuni esponenti politici», scrive Zacheo, «si stanno positivamente adoperando affinché le indagini siano assegnate al procuratore aggiunto di Catanzaro, il dottor Salvatore Murone». Il capitano Zacheo rivela uno strano interessamento della «politica». A quanto pare c’è chi vuole affidare le indagini a una «creatura» del senatore Emilio Buccico (An). Il punto è che il senatore Buccico è indagato, proprio da De Magistris, per il presunto «comitato d’affari» lucano. «La pm Felicia Genovese», continua il comandante, «durante un colloquio nel suo ufficio, mi riferì di aver conosciuto Murone, in quanto presentatole da Buccico». Murone, quindi, conoscerebbe bene il senatore indagato. Ma c’è di più. Il «senatore Buccico, alludendo alla sua attività, quale membro laico del Csm, avrebbe confidato alla Genovese che il giudice Murone sarebbe una sua creatura». Una sua creatura. È questo elemento ad allarmare il comandante. Ma Zacheo non sa che, proprio su querela sporta da Buccico, la procura di Matera ha deciso d’intercettarlo. Perché? Zacheo farebbe parte di un’associazione per delinquere molto pericolosa. I suoi sodali? Cinque giornalisti. E qui succede davvero l’incredibile. L’accusa sarà tramandata nei manuali di diritto, presumiamo come caso di scuola, poiché rappresenta una sorta di unicum: associazione per delinquere finalizzata alla diffamazione. Testate locali e nazionali, dal Corriere della Sera al programma televisivo Chi l’ha visto?, si sarebbero associate per delinquere. I giornalisti e il capitano dei carabinieri si sarebbero accordati per diffamare il senatore Buccico. Zacheo, che viene perquisito, in Basilicata svolge indagini per conto di De Magistris. «Le indagini svolte dalla procura di Matera», dichiara Zacheo, «possono, in qualche modo, avere apportato vantaggio alle persone su cui sto indagando». Forse perché De Magistris e Zacheo indagano sul capo della procura di Matera, Giuseppe Chieco, anch’egli coinvolto in Toghe lucane? Di certo, i due, sono intercettati mentre parlano di ipotesi di reato che riguardano Chieco. E il pm Annunziata Cazzetta, leggendo il testo delle intercettazioni, s’imbatte in ipotesi di reato che riguardano proprio il suo capo. Eccellente. E nessuno fiata.

Micromega n. 5, 14 settembre 2007

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