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Associazioni, nomi e numeri contro le mafie
Coordinamento Regionale di Basilicata

“Quando non si vede bene cosa c’è davanti,
viene spontaneo chiedersi cosa c’è dietro

(Norberto Bobbio)

Potenza 27 aprile 2007

Assemblea pubblica con i familiari di


Luca Orioli, trovato morto con Marirosa Andreotta a Policoro nel 1988
Elisa Claps, scomparsa a Potenza nel 1993
Vincenzo De Mare, ucciso a Scanzano Jonico nel 1993
Giovanni De Blasiis, suicida a Potenza nel 2004

 

Relazione introduttiva

don Marcello Cozzi, responsabile regionale dell’associazione Libera

Da oggi non si torna più indietro

1. Pinuccio Gianfredi era uno che ci sapeva fare. “Un uomo di rispetto” – dirà di lui un collaboratore di giustizia – “uno in grado di mantenere il buon ordine in città”, uno che “quando voleva una cosa se la prendeva o con le buone o con le cattive”. “Persona seria e rispettabile”, che preferiva restare nell’ombra e gestire nell’ombra tutta una serie di affari illeciti, perchè a Potenza – come confidò lui stesso – “non conviene fare reati eclatanti”. Insomma, era uno scaltro, Gianfredi – visto che per esempio con la giustizia l’ha praticamente sempre fatta franca – e uno intelligente, talmente intelligente, che per un altro collaboratore, nel suo clan aveva un ruolo “paritetico” con il boss indiscusso, Renato Martorano, anzi, era lui “l’eminenza grigia” del clan; era lui il vero leader. È vero che all’interno del Sistema “non aveva un grado superiore al dispari”, ma è anche vero che l’enorme mole di affari che gestiva – in primis l’usura – e certi contatti – come con i clan calabresi Pesce, Mancusi, Perna ai quali fece arrivare anche un carico di acido da dirottare ai fratelli Graviano di Corleone, e con certi ambienti bene della città – ne facevano un elemento di spessore e di sicuro riferimento.

Uno così dava fastidio, dentro ma anche fuori il clan. E se poi si aggiunge quella minaccia che avrebbe fatto quando ad un certo punto iniziò a sentirsi addosso il fiato pesante della giustizia – “se vado a mare io vanno a mare tutti quanti” – allora è chiaro che uno così prima o poi andava eliminato perchè non erano pochi quelli che lo volevano vedere morto.

Non sappiamo chi ha ucciso lui e la moglie – Patrizia Santarsiero – quella sera del 29 aprile 1997, non sappiamo chi ha ordinato quella strage e chi l’ha poi eseguita, non ci viene però difficile intuire perché sia stato eliminato: era scomodo. Scomodi i suoi affari, scomodo il suo consenso sempre più affermato in certi ambienti criminali, scomode le sue conoscenze, scomode le cose che sapeva.

Ma c’è un’altra cosa che ci sembra di poter dire con ancora più certezza: se si considera l’efferatezza usata per eliminare i due coniugi – ammazzati dinanzi agli occhi impietriti dei loro figli – e se si considera che dopo dieci anni ancora non si sa nulla su mandanti, esecutori e movente di quella strage, se si considera tutto questo non solo ci viene impossibile ipotizzare che dietro ci siano delinquenti di mezza tacca ma ci assale forte la preoccupazione solo al pensiero che chi ha ordinato quell’omicidio e lo ha eseguito, oggi, in questa Basilicata isola felice, è ancora a piede libero.

2. Potremmo stare qui a ricordare ai soliti distratti – purtroppo spesso presenti anche in certe nostre Istituzioni – chi sono Saro Mammoliti, mammasantissima di Castellace in Calabria, don Raffaele Cutolo e i suoi pifferai Remo Scoppetta e Antonio Schirato – camorra, per intenderci –, Bruno Polimeni detto il guappo, della cosca calabrese dei Serraino, il clan Maesano di Isola Capo Rizzuto, il clan Facchineri di Cittanova e il clan Morabito di Bovalino, sempre calabresi, Francesco Mazzeo, della cosca Albano-La Malfa, Savino Pesce, del clan Pesce-Bellocco di Rosarno, Alvaro Salvatore e Rocco Violi di Sinopoli, affiliati agli Alvaro-Violi-Macrì, anche loro ‘ndrangheta, e dovremmo ricordare cosa c’entra questa gente con la Basilicata. Dovremmo parlare di affari illeciti con affiliati lucani, di pranzi e latitanze dalle nostre parti, di battesimi ed affiliazioni.

Dovremmo ricordare ai distratti di cui sopra i circa quaranta morti ammazzati in faide tra clan in Basilicata tra gli inizi degli anni Novanta ed oggi, i 192 lucani condannati con sentenza definitiva passata in giudicato al 416bis, i nove processi per criminalità organizzata. E quanto altro dovremmo ricordare della storia criminale lucana degli ultimi cinquant’anni. Non lo facciamo.

A dieci anni di distanza dalla strage di Parco Aurora a noi è sufficiente solo prendere atto dell’impunità dei professionisti del crimine che agirono quella sera – perché di questo si tratta, altrimenti non riusciremmo a capire come mai dopo dieci anni ancora non si conoscono i loro volti – per dire che è ora di finirla con questa favola dell’isola felice. In quest’isola felice c’è qualcuno che ammazza e la fa franca!

Di quella favola non ne possiamo più; e dei suoi teorici ne siamo stanchi!

3. E non ne possiamo più di chi vuole farci affermare che il contrario dell’isola felice sia terra di mafia, terra di malaffare e terra di corruzione. Non lo pensiamo della Sicilia, della Calabria, possiamo mai pensarlo della Basilicata?

Giudici ai quali non finiremo mai di dire grazie per aver evitato in questi anni che questa regione diventasse una sorta di far west, uomini delle forze dell’ordine che si fanno in quattro quotidianamente per garantirci sicurezza e tranquillità, giornalisti che con umiltà e con la passione della verità fanno salti mortali per un’informazione sempre più corretta e trasparente, tante associazioni e gruppi che in silenzio lavorano dalla mattina alla sera al fianco dei più deboli ed emarginati, uomini politici di qualunque parte che con dedizione e sensibilità si sforzano per una politica alta ed altra, migliaia e migliaia di persone che nell’assoluto anonimato lavorano e faticano perché sia ancora più accogliente la terra che calpestiamo, i tanti che aderiscono a Libera, i tantissimi che hanno firmato le varie petizioni a sostegno dei magistrati avviate negli ultimi mesi e le tante persone qui questa sera sono la dimostrazione di una Basilicata fatta di gente libera, onesta e dignitosa. Altro che terre di mafie le nostre regioni del sud. Altro che dominio del malaffare.

Altro che Basilicata terra di mafia e di malaffare!

Sostenere però con leggerezza che la logica conseguenza di queste considerazioni sia la “Basilicata isola felice” ci sembra una spudoratezza talmente arrogante di cui qualcuno deve iniziare a darci conto.

Perchè sono davvero tante le cose di cui bisogna dar conto in questo piccolo pezzo d’Italia, tanti i misteri non ancora risolti, e tante le domande a cui dopo anni e anni non si è ancora data una risposta, che alla fine la cosa più facile da fare è proprio dimostrare che in questa regione ci sia qualcosa che si muove nell’ombra, e la cosa più difficile è dimostrare che invece è vero il contrario.

Ci hanno chiesto le prove di queste affermazioni, le prove di una preoccupazione che da tempi non sospetti andiamo esprimendo lontani da ogni sterile allarmismo – logica che non ci appartiene – ma radicati in fatti, nomi e situazioni: è venuto il momento che forse quelle prove, la dimostrazione cioè della presunta isola felice siano altri a dovercele presentare.

A noi, a chiunque, è sufficiente elencare alcuni nomi, far parlare i fatti, mettere insieme le storie, certe storie per renderci conto che qualcosa in questa regione non quadra e molto altro non torna.

4. Come la storia di Luca e Marirosa, i due fidanzati di Policoro che il 23 marzo 1988 vennero ritrovati morti, nudi nel bagno di casa della ragazza. Si disse: morte causata da folgorazione elettrica dovuta al malfunzionamento di un caldo bagno. Tutto ciò che è accaduto negli anni successivi è andato invece confermando un’altra pista, ben più inquietante, quella del duplice omicidio. La storia di Vincenzo ucciso a Scanzano Jonico il 26 luglio 1993; fu ritrovato morto nel suo podere di campagna con due proiettili di fucile in corpo. A dire il vero non reggeva molto l’ipotesi della semplice lite fra confinanti, e perciò chi fu accusato e messo in galera fu subito rilasciato. La storia successiva fa invece intravedere l’ombra minacciosa di traffici illeciti di rifiuti pericolosi. La storia di Elisa, sparita nel nulla a Potenza il 12 settembre 1993. Negligenze, superficialità, depistaggi, una lunga serie di cavilli tecnici nel corso dei processi, e un’infinità di coincidenze, così tante coincidenze che alla fine ci si chiede come si possa non pensare che in questa storia ad un certo punto si sia messo in moto un meccanismo ben congegnato teso unicamente a far sparire ogni traccia di quanto è accaduto alla ragazza.

Tre storie diverse ma accomunate da tanti punti interrogativi e dalla solita inquietante domanda: chi copre chi? Quella domanda a cui Giovanni ha cercato di dare una risposta fino alla fine, quando viene ritrovato morto suicida a Potenza nel marzo del 2004. Una storia controversa e ambigua questa, emblematica di tante storie strane di questa regione. Era convinto, Giovanni, che la bufera giudiziaria di undici anni prima che gli fece conoscere anche l’onta della galera fosse stata un’ingiustizia, ma era convinto soprattutto del fatto che la macchinazione scatenatasi su di lui in seguito a quelle denunce sui poteri forti e oscuri, su intrecci inquietanti, su collegamenti pericolosi di questa nostra regione fossero più forti della stessa assoluzione piena ottenuta dalla Corte Europea dei Diritti dell’uomo. Ma non ce l’ha fatta Giovanni perché quelli se vogliono ti ammazzano dentro mentre tutti fuori ti prendono per pazzo. E chissà quante verità mai dette si è portato con sé.

Storie di verità negate, dunque, verità coperte ed occultate.

Storie che se messe l’una accanto all’altra francamente scoraggiano non solo i soliti noti sostenitori dell’isola felice ma anche chiunque voglia semplicisticamente presentare la Basilicata come la terra più sfortunata di questo nostro Paese facendoci credere che qui c’è il più alto concentrato di superficialità, inesperienza e pressappochismo nel lavoro di investigazione, o che per uno strano destino abitino solo in Basilicata quelle famiglie che per un’infinità di coincidenze – che sono solo coincidenze – oltre alla beffa di un torto subito devono anche sorbirsi il danno di una violenza senza spiegazioni.

Noi non ci crediamo più; non ci abbiamo mai creduto. Anche agli occhi dei più disincantati è chiaro che qui c’è altro, c’è ben altro, e dinanzi a ciò, siccome non cerchiamo risposte precostituite e non abbiamo pregiudiziali di nessun tipo, una sola cosa intendiamo fare: rivendicare il diritto e il dovere di chiederci “cosa c’è dietro” visto e considerato che non è per nulla chiaro “cosa ci sia davanti”.

5. La nostra vuole essere solo una forte, pressante e indignata richiesta di verità e di giustizia. Nient’altro.

Altro che complotto politico ordito per attaccare questo magistrato o quel partito, altro che “tribunale del popolo” pronto a mettere alla gogna un’intera classe dirigenziale, altro che congiura mediatica tesa a gettare ombre inquietanti su un’intera regione, altro che manovre pilotate chissà da chi e chissà perché, altro che affermazioni sopra le righe le mie, le nostre, altro che cabina di regia che mi sta dietro: ecco chi c’è dietro di me e a fianco a me, tutta questa gente! E la loro voglia di verità, la loro sete di giustizia: il nostro sacrosanto diritto di sapere quali sono i nomi e i volti della criminalità e dei poteri forti e nascosti, massonici e non, che troppe volte hanno tirato e tirano le fila di tante storie lucane.

Certo. Qui non si nega che c’è una questione politica e morale su cui siamo chiamati tutti a riflettere, un sistema di relazioni talmente intrecciato che non si riesce mai a capire dov’è il confine tra un modo di fare diventato cultura e un clientelismo trasformatosi in malaffare. Certo che c’è una questione riguardante l’informazione in cui bisognerà pure mettere testa (anzi, se proprio si vuole parlare di complotti, saremmo tentati di dire che se complotto c’è, a volte ci sembra essere al contrario, a non dire certe cose, a sottovalutarle, a minimizzare). Certo che bisogna stare attenti a chiunque, in questo momento, cerchi di strumentalizzare in un senso o nell’altro tutto ciò che accade e tutto ciò che con fatica cerchiamo di fare (e non è sicuramente facile arginare qualunque tentativo di strumentalizzazione visto che di avvoltoi ce ne sono tanti e potresti trovarteli seduti accanto e tu non te n’eri accorto).

Ma attenti. Attenti, perché non ci vuole molto a farci distrarre, non ci vuole molto a farci condurre in infinite discussioni che alla fine ci fanno parlare di tutto e del contrario di tutto. È la logica della mafia: creare ambiguità, fare di tutta un’erba un fascio, confondere le lingue.

Attenti a non farci trascinare in questa logica delle facili semplificazioni e delle pericolose generalizzazioni in base a cui tutto è uguale a tutto, sono tutti uguali, sempre così è stato e sempre così sarà; attenti quando pretendiamo di tracciare i confini delle verità solo con i “si dice” o con i “se”.

Attenti, attenti tutti: questa nostra regione è talmente piccola e noi siamo talmente pochi che tracciare i confini tra una diffusa cultura clientelare, la criminalità e certi poteri nascosti è impresa ardua, talmente ardua che non solo non possiamo mai permetterci di mettere tutto nello stesso calderone ma dobbiamo saper diffidare sia di quanti sanno dire con certezza dove sono posti quei confini e sia di chi invece quelle logiche generalizzatici le diffonde a piene mani con il chiaro intento di volerci depistare tutti.

Eppure quei confini vanno tracciati, per evitare di dire che è tutto mafia, è tutto massoneria, o è tutto clientelismo (cosa che non aiuta nessuno), ma soprattutto per evitare il paradosso di sentirci dire che in Basilicata non c’è nulla di tutto ciò e che queste sono solo farneticazioni o peggio ancora l’impianto teorico di un enorme colossale complotto.

6. Ecco perché abbiamo bisogno di fare memoria di queste storie – le vostre come quelle di altri in Basilicata (penso all’omicidio dello stesso avvocato Lanera) – ecco perché ci è indispensabile sgranare il triste rosario di quei morti, fare chiaramente certi nomi e certi cognomi, puntualizzare l’infinita serie di coincidenze che avvolge tanti avvenimenti di questa nostra regione, ed ecco perché qualcuno si arrabbia solo al ricordarle le vostre tragedie aggiungendo anche l’indecenza di dirvi che dovete rassegnarvi: perché abbiamo l’impressione che possano essere proprio le vostre storie a tracciare quei confini, ad aiutarci a capire le tante cose che ancora non abbiamo capito della Basilicata e a dare un nome, i nomi, a quel grumo di potere trasversale che sempre più abbiamo l’impressione che si muove dietro le quinte di questa terra. Certo, non siamo qui per fare processi a nessuno: non siamo qui contro qualcuno ma per qualcosa: la giustizia e la verità.

Si rassegnino allora certe persone. La criminalità lucana – a qualunque nome faccia capo –, la ‘ndrangheta con i suoi arieti in Basilicata, quei poteri forti che tramano nell’ombra e presenti trasversalmente in tanti ambienti che contano, si rassegni chi intende approfittare di questo momentaneo smarrimento della giustizia lucana per incrementare i propri affari e per rafforzare certi legami, chi è convinto che si possa insabbiare ogni cosa fermando il lavoro di certi magistrati, chi pensa di cancellare le lacrime e il dolore con le carte fredde di certe archiviazioni: c’è gente in Basilicata che non intende più fare sconti a nessuno, c’è gente che continuerà ad esserci in quell’aula di tribunale dove si processano i Basilischi, c’è gente che dinanzi all’evidenza di certe storie assurde non se la sente più di restare in pantofole, c’è gente che intende piantonarli quei confini e vigilare su di essi, ma soprattutto ci sono persone che avendo pagato sulla propria pelle il prezzo del malaffare e della corruzione non si rassegneranno mai.

Non si illudano i soliti ignoti: le pagine amare della vita non si voltano facilmente, e soprattutto quando ad esse non si è riusciti ancora a dare una risposta e un significato; anzi, a certi personaggi, noti e meno noti di questa regione, e a certe Istituzioni diciamo con il cuore in mano ma anche con l’indignazione che ci sale da quella fame e da quella sete evangelica di giustizia, che quelle pagine si volteranno solo nel momento in cui si faranno i conti con la verità, si renderà giustizia a queste famiglie, e solo quando avrete il coraggio di guardarli in faccia, di incrociare i loro sguardi, di cospargervi il capo di cenere e di chiedergli perdono per quello che in questi venti anni avete fatto, per quello che non avete fatto e per quello che avete sistematicamente coperto.

7. Ma neanche noi dobbiamo illuderci, cari amici. E non solo perché c’è chi sicuramente non ci farà sconti, ma anche perché pure fra di noi non possiamo più farci sconti.

Anzi, per iniziare dobbiamo anche noi chiedervi perdono, cari amici che avete subito queste tragedie. I nostri gruppi, le nostre associazioni, le nostre chiese: in tutti questi anni abbiamo messo spesso la testa sotto la sabbia, ci siamo spesso voltati dall’altra parte, abbiamo fatto silenzio; e non solo per superficialità, per approssimazione e per individualismo ma perché spesso anche noi funzionali ad un sistema. Valgono anche per noi quelle parole che Giancarlo Caselli pronunciò all’indomani delle stragi di Capaci e via D’Amelio: “loro sono morti perché noi non siamo stati abbastanza vivi”. Ebbene, Luca, Marirosa, Elisa, Vincenzo, Giovanni e tanti altri sono morti, e sono morti tante volte in questi anni, perché anche noi non siamo stati abbastanza vivi. Non lo siamo stati quando le nostre sigle hanno creato steccati insormontabili, quando fra i nostri gruppi ha prevalso la logica dell’orticello privato, quando le nostre bocche ce le siamo fatte imbavagliare dalla paura di perdere amicizie, appoggi e finanziamenti, quando fra di noi sono prevalsi personalismi e protagonismi, quando ci siamo chiusi nelle sagrestie preferendo l’elemosina alla carità, il quieto vivere alla verità, il compromesso alla profezia. E allora non possiamo certamente pretendere di guardare “il moscerino” che è nell’occhio di quel sistema se non iniziamo a guardare, con umiltà, con franchezza e con coraggio anche “la trave” che è nel nostro occhio.

Siamo qui stasera per capire, dunque, per non farci più prendere in giro da nessuno, per rivendicare l’intelligenza della verità contro l’offensiva arroganza della menzogna, per reclamare il sacro diritto della giustizia, ma soprattutto per dire, per dirvi, che in tutto questo avvertiamo forte nell’aria il sentore di una nuova stagione, la positiva convergenza di quelle belle e faticose esperienze sociali, culturali, politiche a cui apparteniamo e che vogliono condividere i sentieri della ricerca della verità; percepiamo il prepotente desiderio di tanti di mettersi in gioco e di provare a tracciare strade nuove.

Siamo qui perché voi non siate più soli e perché altri invece siano sempre più soli.

Sappiamo che non è facile ma sappiamo anche, e sappiano, che da oggi non si torna più indietro.

Don Marcello Cozzi

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